Misfit – Troppo anarchico per definirmi anarchico. Presentazione del libro il 22 gennaio 2019.

DALLE 19.00
//PRESENTAZIONE DEL LIBRO//APERITIVO//LIVE SET//DJ SET

Martedì prossimo presenteremo Misfit – Troppo anarchico per definirmi anarchico.

Il libro parla della ricerca vera e appassionante di un proprio modo di vivere, che inizia quando l’autore, ancora ragazzo, decide di comprendere quale sia il significato vivo dell’anarchia. La vita lo porterà a percorrere strade imprevedibili, ricche di incontri, scontri, grandi passioni e intuizioni.

Ne parleremo con l’autore Paolo Faccioli; a seguire: concerto in acustico dei Suonatori Terraterra, aperitivo e dj set (reggae, punk, hip hop) con Stevo-pro&K-loop.

CineDisagio a Scienze Politiche

Vi aspettiamo ogni lunedì alle 19 in Via Serafini 3 (Dipartimento di Scienze Politiche)

Prossimi film della programmazione:

-10 DICEMBRE: 87 Ore – regia di Costanza Quatriglio (2015). Il racconto della tragica vicenda di Francesco Mastrogiovanni , insegnante lucano vittima di un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) a cui è stato sottoposto nell’estate del 2009. Il documentario ripercorre, attraverso le immagini delle videocamere del reparto psichiatrico, il caso Mastrogiovanni.

-17 DICEMBRE: Pride – diretto da Matthew Warchus (2014). Nell’estate del 1984 al Gay Pride di Londra un gruppo di attivisti gay e lesbiche decide di raccogliere fondi per sostenere le famiglie dei minatori in sciopero.

La proposta del cineforum nell’Università vuole offrire agli studenti e alle studentesse alcuni spunti per l’accrescimento del sapere critico, nonché stimolare la costituzione di uno spazio di libera espressione attraverso dibattiti e convivialità.

VI REGALEREMO ANCHE DELLA DOLCEZZA.. CON THE, BISCOTTINI E ZUCCHERINI VARI!

Sulla Mia Pelle – Proiezione del film a Scienze Politiche, lunedì 8 ottobre

Dopo una pausa estiva di vacanze, riflessioni e programmazioni, abbiamo ripreso con l’organizzazione delle attività politiche, culturali e ludiche da svolgere nel presente anno accademico. La prima iniziativa che proponiamo è la presentazione e proiezione di Sulla Mia Pelle, il film che racconta le ultime e terribili ore di vita del trentunenne romano Stefano Cucchi, vittima della violenza poliziesca e delle politiche proibizioniste, ucciso brutalmente dagli agenti di polizia e dai carabinieri nel 2009 mentre si trovava in custodia cautelare nel Carcere di Regina Coeli durante il processo in cui era imputato per il possesso di hashish (pochi grammi). Sulla Mia Pelle è stato reso pubblico meno di un mese fa, ma sta già riscuotendo a livello nazionale una grande notorietà e un diffuso apprezzamento. Il film ha avuto la sua prima visione ufficiale con la partecipazione al Festival del Cinema di Venezia. Negli ultimi giorni sono state organizzate numerose proiezioni in diversi spazi sociali e da parte di tanti gruppi autogestiti, in tutta Italia.

Nella programmazione degli eventi di quest’anno abbiamo deciso di cominciare con la proiezione di questo film sia perché la morte di Stefano Cucchi e altri accadimenti analoghi sono sempre stati episodi per i quali abbiamo rivolto un rispettoso riguardo, sia perché vogliamo proseguire il percorso sulla tematica della repressione e delle sue molteplici sfaccettature: la lotta all’uso di sostanze – il proibizionismo – è una di queste.

Vi aspettiamo dunque lunedì 8 ottobre alle 19, per la visione del film e per una eventuale discussione a seguire per esprimere le nostre riflessioni in merito al film, alla vicenda di Stefano Cucchi, alle tematiche della repressione e del proibizionismo.

Assemblea dell’Aula R

LA MILITARIZZAZIONE È SICUREZZA!

È questa la visione che negli anni si è andata diffondendo e consolidando in gran parte della popolazione che vede nella presenza dei presidi militari nelle strade (come previsto dal pacchetto Strade Sicure) e nello sviluppo e potenziamento di basi militari (nel nostro territorio possiamo pensare alla base Nato di Camp Darby) una risposta alle proprie necessità di sentirsi sicur* e protett* dalle numerose minacce che incombono quando a dominare è il degrado.
Ma cos’è la sicurezza (per loro)? E cos’è il degrado (per loro)?
La sicurezza è diventato un tema centrale nel dibattito politico odierno dove istituzioni e partiti fanno a gara a chi riesce ad affermarsi su questo campo. Una battaglia che sembra poter essere vinta solo superando a destra l’avversario politico (vedi il Pd con Minniti).
E’ questo forse uno dei nodi centrali, aver lasciato alle destre questo dibattito che lo ha poi condotto verso derive securitarie e militariste.
A questa constatazione si aggiunge un secondo punto: quando parliamo di sicurezza rispetto a cosa intendiamo sentirci sicur*?
Ecco che, nelle mani delle destre e delle istituzioni, sicurezza è stata intesa come difesa dei nostri valori contro il terrorismo jihadista, contro gli immigrati, contro l’ “invasore” nelle parole di Forza Nuova. Ed ecco, che sempre nelle stesse mani, sicurezza è diventata più controllo, più militarizzazione, più restrizioni, più ordinanze volte a combattere il degrado, più “stati d’emergenza”.
Degrado, altra parolona – minaccia protagonista in questi ultimi anni. E tanti soldati pronti a combattere per la causa. Ma di che degrado si parla? Degli studenti in Cavalieri che fanno nottata e lasciano le birre in terra? Di senzatetto che dormono in stazione? Di quelli che vendono birrini a 1 euro?
Perché se è questa la lotta di cui vogliamo farci carico, almeno che si chiariscano alcuni punti. Questa non è una lotta al degrado, questa è una guerra dichiarata alla povertà, al non-consumo, a quelle vite che non producono niente nel circuito capitalista.
Una guerra che non ci appartiene.

Cos’è la sicurezza per noi? Da cosa vogliamo sentirci sicur*?
Vogliamo provare a riappropriarci di un termine di cui alcuni soggetti si sono impossessati, e dissociarlo una volta per tutte da quel significato securitario e repressivo che ha assunto.
A noi piace sentirci sicur*, ci piace tantissimo camminare per strada ed essere seren* e tranquill*. Ci piace esserl* quando torniamo a casa la sera, quando siamo all’università, a lavoro, quando piove, quando andiamo all’ospedale, quando prendiamo i mezzi di trasporto, in ogni momento.
Ma per noi SICUREZZA significa smettere di militarizzare i territori e le città, smettere di giustificare uno stato repressivo con l’emergenza terrorismo e iniziare ad occuparci delle reali emergenze, che poi sono strutturali: le morti sul lavoro, i femminicidi, le alluvioni sono solo alcuni dei reali problemi che ci affliggono, responsabili di numerosissime di vittime.
Se per la sicurezza sui luoghi di lavoro, per il mantenimento di case per donne maltrattate, per la messa in sicurezza dei territori e delle infrastrutture esistenti (così come per la realizzazione di case popolari, per il finanziamento del diritto allo studio, alla salute, e per molte altre necessità) non vi sono risorse, ecco che queste risorse misteriosamente ricompaiono per finanziare il sistema bellico. Nel biennio 2016/2017 sono stati stanziati più di 15 miliardi di euro per l’acquisto di cacciabombardieri F-35, circa 2,75 miliardi a Finmeccanica, Oto Melara e altre industrie della guerra, più le risorse destinate a pagare i circa 7000 militari italiani impegnati in missioni all’estero (cifra che porta lo stato italiano a guadagnarsi un posto da protagonista sul fronte degli interventisti.) L’impegno in questa direzione viene confermato dal governo italiano che ha scelto di investire nel 2017 il 2% del Pil per le spese militari che ammontano a 64 milioni di euro al giorno.
È questo modo di intendere e ricercare la sicurezza che mettiamo in discussione.
Noi la sicurezza la vogliamo, eccome se la vogliamo nei luoghi di lavoro. Noi, donne, trans, gay, lesbiche, la sicurezza per strada la vogliamo. Non con le telecamere e i militari, ma con una lotta seria e sistemica al patriarcato e alla violenza che esso genera. Noi la sicurezza la vogliamo quando piove, non vogliamo più alluvioni e morti causati dal dissesto idrogeologico generato dalla politica delle grandi opere, o dalla generale noncuranza.
Noi vogliamo la sicurezza, ma vogliamo anche essere i primi e le prime ad avere voce in capitolo quando si parla della nostra sicurezza, e non subire un sistema repressivo e di controllo pensato e imposto dalle istituzioni.

LA MILITARIZZAZIONE NON È LA RISPOSTA, MA PARTE DEL PROBLEMA!

Essendo la cultura militarista intrisa di violenza non può che essere, la militarizzazione, un modo di riprodurre violenza, abusi e machismo. Basti pensare agli stupri commessi a settembre da due carabinieri a danno di due studentesse statunitensi, o gli stupri commessi dai militari di strade sicure a L’Aquila, dove erano presenti proprio per rispondere all’emergenza terremoto. O ai numerosi morti duranti fermi di polizia, come Cucchi, Aldrovandi, Uva, Lonzi…
Nei tentativi di gruppi fascisti di replicare il ruolo dei militari con le ronde, pensiamo che le strade diventeranno sicure? Potranno sentirsi al sicuro tutte quelle soggettività (migranti, non eterosessuali, non riconducibili al binarismo uomo-donna) la cui esistenza non è contemplata?
E ci può far sentire sicur* avere una base militare degli Stati Uniti, che opera all’interno della Nato, e che ha al suo interno armi e materiali di cui oltretutto la popolazione locale non può essere a conoscenza (proprio per via della nocività degli stessi)? E cosa rende un luogo più sensibile della presenza di una base militare strategica?
Ma soprattutto, è questa la sicurezza di cui realmente abbiamo bisogno?

Se il manganello entra in università


Alla luce dei recenti gravissimi fatti di Bologna, come assemblea dell’Aula R ci sentiamo chiamati a esprimere la nostra posizione sull’intera questione, cercando di mettere da parte il dibattito sterile che mediaticamente ha sempre grande risonanza ma che mai riesce a far riflettere sulle cause che portano a determinate dinamiche e a quali possano essere le conseguenze.
Lo sgombero eseguito con violenza dalla polizia a Bologna in università e la conseguente mobilitazione tuttora in corso accendono un faro su una questione da noi spesso analizzata e su cui non abbiamo esitato ad esprimere preoccupazioni: il mutamento dell’Università pubblica da luogo in cui ancora si mantenevano margini di agibilità, in termini di accesso allo studio, di aggregazione e di iniziativa, residuo di quanto conquistato negli scorsi decenni con dure lotte, a mero corridoio di collegamento tra la scuola e il lavoro, irreggimentato, controllato e militarizzato, incardinato sulla collaborazione tra gli atenei e le aziende interessate alla creazione di un’Università privatizzata. Con il rifiuto totale delle istituzioni accademiche di dialogare con gli studenti e di tollerare alcuna esperienza alternativa all’interno e all’esterno degli spazi universitari, le questure e i loro manganelli diventano l’unico interlocutore dei rettori.

Nel 2015 a Pisa abbiamo vissuto un simile momento di repressione in seguito all’occupazione dell’ex-Gea portata avanti dal movimento Studenti contro il nuovo ISEE; la questura è intervenuta a sgomberare lo stabile, adibito a magazzino dei libri della casa editrice universitaria, con pistole alla mano. L’intervento della polizia venne richiesto dal rettore Augello con il pretesto del rischio di furto dei libri presenti nel magazzino, quaranta studenti rimasero a lungo sequestrati nella struttura dalla polizia.Un modo per intimidire e criminalizzare le studentesse e gli studenti attivi all’interno della protesta. Da Bologna a Pisa, così come nel resto d’Italia, si sta assistendo ad un preoccupante processo che vede l’intervento poliziesco come principale strumento di risoluzione dei conflitti, trattando così quelle che sono rivendicazioni di natura politica come questioni di ordine pubblico

Dopo lo sgombero dell’Ex-Gea seguì una mobilitazione che incontrò una notevole partecipazione spontanea. I media descrivono la situazione bolognese di oggi come divisa tra chi sostiene l’intervento repressivo della polizia e chi invece condanna l’irruzione poliziesca nei locali della biblioteca universitaria. Anzi leggendo le pagine dei giornali sembra che un consistente numero di studentesse e studenti si stia schierando dalla parte delle istituzioni e del manganello nel nome della libertà di studiare e della sicurezza. Ci troviamo però davanti a uno dei più vecchi strumenti della propaganda ufficiale, quello della “maggioranza silenziosa”, declinato ovviamente al tempo dei social network in commenti e petizioni online, in cui il bombardamento mediatico occulta le voci di coloro che dissentono e dà spazio solo a chi accetta le nuove pratiche di controllo sociale. Così mentre continuano le mobilitazioni e le assemblee studentesche si fanno più numerose, la stampa ufficiale cerca di creare consenso presentando tornelli e badge come sinonimo di sicurezza. In effetti per qualcuno possono rappresentare una sicurezza, ma restano di fatto strumenti per il mantenimento dell’ordine e dell’inviolabilità della proprietà. In questo modo viene anche criminalizzata la componente studentesca quale unico fattore di disordine, mentre i docenti vengono considerati su un altro piano, sottolineando l’autoritarismo di tale manovra

Un mezzo di controllo elettronico riservato ai soli immatricolati proibirebbe l’accesso alla biblioteca anche ai cittadini, chiarificando la reale volontà di privatizzazione della cultura. Bologna si dimostra ancora una volta un laboratorio di pratiche di repressione e criminalizzazione rispetto a quelle componenti studentesche organizzate che si oppongono all’aziendalizzazione dell’Università.D’altronde i tempi sono cambiati e i dispositivi di controllo sono sempre più capillari: telecamere, badge, tornelli e, non ultimo, la capacità di indirizzare il consenso verso l’accettazione di tali pratiche. Grazie ad un lavoro costante di dominazione dell’opinione, gli stessi schemi cognitivi dei dominanti sono stati assimilati dai dominati, che si riconoscono nelle pratiche e nelle motivazioni del sistema, legittimandolo. Così alcune studentesse e alcuni studenti sono sensibili a temi quali la difesa della sicurezza e della legalità, condannando chi in qualche modo tenta di rompere questa campana di vetro in cui siamo ingabbiati. Se l’attuale sistema è riuscito a deviare il malcontento sociale verso chi vi si oppone, a noi spetta il compito di unire quella rabbia, di farla diventare consapevolezza e lotta contro l’Università-azienda, la mercificazione della cultura e degli spazi, la messa a profitto delle nostre vite.

La crisi ha acuito lo scontro sociale e ha annichilito il movimento studentesco. Mai come adesso dovremmo, come studentesse e studenti, e soprattutto come militanti, unirci e lottare per riprenderci quello che ci spetta, abbattere il sistema autoritario e repressivo che ha lasciato sempre più spazio alle destre e alle politiche neoliberiste del governo che cercano di frammentare il dissenso fino a farlo scomparire.
Oggi come domani collettivamente lotteremo affinché i fatti successi a Bologna non si ripetano mai più.

Non permetteremo loro di toglierci tutto.

Anzi, non gli permetteremo di toglierci proprio niente.

Solidali e complici con le compagne e i compagni bolognesi

Assemblea dell’Aula R

“Scienze politiche: bagni e occupazioni”. In risposta all’articolo de La Nazione

Dopo l’articolo uscito su “La Nazione” di oggi primo febbraio 2017, intitolato “In facoltà solo un bagno per gli studenti, tutti gli altri «riservati al personale»”, riteniamo necessario, essendo stati pretestuosamente chiamati in causa, dire la nostra.

Su “La Nazione” si afferma che, dopo delle proteste sullo stato dei bagni per gli studenti a Scienze Politiche, il quotidiano locale ha deciso di indagare sul campo, avventurandosi nel palazzo di Via Serafini. È positivo che questa testata si interessi dei problemi degli studenti, che quotidianamente subiscono gli effetti del processo di privatizzazione e aziendalizzazione dell’Università, così come è positivo che qualche singolo studente intraprenda delle iniziative di protesta.

Ci teniamo però innanzitutto a precisare che l’Aula R, aula occupata nel 1990 dal movimento studentesco della Pantera, non ha niente a che vedere con la gestione dei locali decisa dalla dirigenza del Dipartimento. Appare quindi fuorviante e pretestuoso l’accostamento tra i “disservizi…igenici” e un’aula autogestita, sempre aperta dove è possibile per studentesse e studenti confrontarsi, studiare, svagarsi e appunto organizzarsi collettivamente per lottare per l’accessibilità al diritto allo studio e per il libero utilizzo degli spazi universitari. Facciamo inoltre notare che non esiste alcun “comitato studentesco Aula R” ma un’assemblea, aperta a tutte e tutti coloro che si riconoscono nei suoi metodi, che si ritrova ogni lunedì alle 16 proprio in Aula R. Dal momento che l’occupazione dell’Aula R ha il carattere politico sopra descritto, paragonarla alla “occupazione” dei bagni da parte del “personale dell’università” non ha alcun senso, a maggior ragione se consideriamo che non sono purtroppo i lavoratori stessi a decidere dell’utilizzo dei locali del proprio luogo di lavoro.

Detto questo lo stato in cui versano i bagni di Via Serafini, così come le mense universitarie, gli alloggi, e gli altri servizi per le studentesse e gli studenti è ben visibile a tutti. Questo non perché vi sia un semplice disservizio, la responsabilità non è di chi lavora in portineria, degli studenti, del personale strutturato o esternalizzato del Dipartimento, né dei fantomatici soggetti esterni all’università. L’Università è (almeno per ora e per fortuna) aperta al pubblico, per questo non vi sono controlli all’ingresso come segnalato con sgomento da “La Nazione”. All’origine del problema della mancanza di pulizia e manutenzione nei bagni, così come dei problemi relativi ad altri più significativi servizi (borsa servizi del DSU ad esempio), ci sono i tagli ed il processo di privatizzazione dell’università. Non è dunque con la chiusura degli spazi o con le crociate individuali contro il degrado che possiamo migliorare le condizioni di studio e di lavoro all’interno dell’Università ma con il confronto, l’organizzazione e l’iniziativa collettiva.

Assemblea dell’Aula R

Comunicato sul referendum del 4 dicembre

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L’Assemblea dell’Aula R, presa in considerazione la rilevanza che in questo contesto viene ad assumere la questione referendaria relativa alla riforma costituzionale e l’attenzione ad essa rivolta negli ambiti di movimento, ha scelto di esprimersi a riguardo e di condividere la propria posizione con le altre realtà.

L’Aula R oggi, come in passato, non intende partecipare a campagne referendarie o a competizioni elettorali. Per rispettare l’eterogeneità che caratterizza questo spazio e l’assemblea che lo anima, indipendentemente dalle posizioni dei singoli, l’Aula R cerca di sviluppare un dibattito e un’azione politica autonoma sia dai canali istituzionali sia da specifiche organizzazioni, tendenze o aree di movimento. In questa prospettiva l’assemblea ha ritenuto necessario sviluppare una riflessione critica rispetto all’istituto referendario e alla riforma costituzionale, una riflessione che a nostro avviso si impone a tutto il movimento. Da una parte si considera il referendum come strumento troppo spesso elevato a massima espressione di democrazia popolare nonostante siano numerosi i vincoli ad esso posto che ne sviliscono la portata, dall’altra ad un’analisi approfondita appare evidente che la riforma desiderata dal governo Renzi altro non sia che un riconoscimento giuridico di una prassi per molti versi già in atto. Gli aspetti qui citati, a nostro avviso,sono fondamentali per capire la necessità di non identificare nel referendum la vera battaglia politica (i cui esiti possono essere stravolti o comunque non recepiti come già avvenuto in occasione del referendum sul finanziamento dei partiti politici o sulla pubblicizzazione dell’acqua, solo per citare due casi tra i più noti) e che spesso sortiscono l’effetto di incanalare le numerose lotte sociali in un unico grande momento, in ogni caso insufficiente a far fronte all’involuzione autoritaria in atto da anni. Nessuno vuole negare che una vittoria del si nel referendum del prossimo 4 dicembre rappresenterebbe un consolidamento di questa tendenza, tuttavia si auspica che il voto referendario possa essere ridimensionato a quello che realmente è: un appuntamento fissato dal governo con un quesito riguardante una legge già esistente o in tal caso una riforma per consolidare una prassi già in auge con possibilità limitate di scelta (si o no) in cui la maggioranza, in questo caso in particolare, potrebbe essere anche un numero di elettori ristretto e i cui esiti possono essere facilmente stravolti. Come possiamo considerare questa la nostra battaglia? Come possiamo confondere questo insidioso strumento per un mezzo di reale espressione popolare e di partecipazione dal basso? Consci che le realtà alle quali ci rivolgiamo sono ben consapevoli dell’esigenza di partecipare sui territori, ci auspichiamo che il voto del 4 dicembre possa trovare il suo posto nel movimento come primo ma non più importante appuntamento e che le parole d’ordine possano tornare ad essere altre.

Il consenso riscosso dalle piattaforme per il no al referendum è espressione di un diffuso malcontento e di una forte volontà di opporsi al governo che si riscontra quotidianamente nelle lotte sul territorio. C’è la necessità di opporsi alle politiche governative, ma questa lotta non si deve esaurire nel momento del voto. Così come le rivendicazioni sociali non possono essere tutte incanalate in una battaglia istituzionale.

Per queste ragioni l’Aula R non parteciperà a comitati o coordinamenti di comitati per il referendum, ma di volta in volta deciderà se prendere parte ad iniziative, manifestazioni ed azioni contro il governo e l’involuzione autoritaria in atto, cercando al contempo di costruire momenti di lotta slegati da dinamiche istituzionali.

Assemblea dell’Aula R

Presentazione dell’Assemblea dell’Aula R

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L’Aula R è uno spazio all’interno del Dipartimento di Scienze Politiche occupato nel 1990 durante il movimento della Pantera con la volontà di rendere disponibile un luogo di socialità, aggregazione e confronto che andasse oltre i confini della didattica. Tutt’oggi questo spazio è autogestito dagli studenti e dalle studentesse che ne fanno un luogo libero da ogni logica di dominio e sfruttamento e dove le relazioni sociali si fondano sul rifiuto di ogni fascismo, razzismo, sessismo e in un’ottica anticapitalista.

L’Aula R, facendo della partecipazione diretta e dell’orizzontalità un valore fondamentale, rifiuta la rappresentanza e il sistema delegativo su cui si basa. Allo stesso tempo, per lavorare in completa autonomia, abbiamo scelto di non fare riferimento a strutture nazionali istituzionali o di movimento e di rifiutare finanziamenti pubblici. L’autogestione e l’autofinanziamento sono per noi fondamentali e per questo non riceviamo nè in modo diretto nè indiretto alcun contributo dall’Università.

È per noi importante che questo spazio sia aperto a tutti/e e le attività che vi si svolgono all’interno, dal momento più politico dell’assemblea a quelli più aggregativi e conviviali come aperitivi, feste o concerti, sono connotate dalla volontà di non essere autoreferenziali ma piuttosto stimolare la più ampia partecipazione e sviluppare un confronto critico. L’Aula R è anche un luogo dove poter studiare, confrontarsi, consultare, prendere e lasciare libri di testo e dispense (e in molti casi trovare un supporto pratico ed emotivo durante la preparazione degli esami). D’altronde anche questo è un modo per combattere insieme la crisi!

L’assemblea dell’Aula R si riunisce ogni lunedì alle 16: tutti/e possono prendere parte alle discussioni e le decisioni vengono prese in modo orizzontale e consensuale.

L’Aula R si trova in Via Serafini 3 presso il Dipartimento di Scienze Politiche. Per ogni informazione o proposta potete seguirci sulla pagina FB “Aula R Pisa” o contattarci all’indirizzo mail “aulaerrepisa@inventati.org”.

Macellai di professione: contro Renzi e contro ogni autoritarismo

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Oggi, 29 aprile, Renzi arriva a Pisa per festeggiare i 30 anni dal primo collegamento internet del CNR. Questo evento rappresenta l’ennesimo teatrino in cui il premier esalterà i “grandi risultati italiani”.

Ma come sono stati raggiunti questi tanto elogiati “risultati”? Certamente non con il supporto dei governi: l’imponente disegno di sfruttamento, portato avanti con diligenza mandato dopo mandato, ha imposto politiche sociali ed economiche che hanno impoverito sempre di più i territori e le comunità, lasciando dietro di sé solo disgregazione sociale. Questo governo firmato PD, in particolare, ha legittimato le proprie politiche sotto la bandiera del progresso. Il “governo del fare”, che ha ridotto la politica all’hashtag, ha prodotto riforme nefaste, riducendo ogni forma di opposizione a mere “gufate”. Ma guardando oltre questa maschera, costituita da slogan ottimistici e linguaggio ad alto impatto mediatico, è facile scoprire quale sia il disegno neoliberista di cui Renzi e il suo governo si stanno facendo interpreti. Un progetto che incombe dall’alto e che, come una piovra, va a intaccare ogni segmento della società. Dalla Buona Scuola alla futura Buona Università, dal Jobs act allo Sblocca Italia, sino al nuovo Isee che va a minare l’accessibilità degli individui allo stato sociale, ogni aspetto della nostra quotidianità è stato profondamente segnato. Attraverso un perenne ricatto su ogni individuo e su ogni sfera del vivere quotidiano, lo Stato, con le istituzioni e i volti che lo rappresentano, porta avanti un progetto di sfruttamento intensivo degli individui e dei territori, alimentando la rivalità e il conflitto tra frammenti di una società vittime dello stesso disegno. In questo clima di forte competizione e alienazione, le realtà che resistono e lottano vengono ricoperte da una cortina fumogena e riportate prepotentemente all’opinione pubblica solo nei termini e nelle modalità desiderate dai poteri forti, creando un’immagine delle lotte distorta e funzionale al governo, come accaduto con il movimento NoExpo. Uniche risposte delle autorità a chiunque si ribelli sono la militarizzazione, la repressione e il controllo sociale, in un clima sempre più autoritario. Se la legge ferrea del profitto si è fatta fortemente sentire nelle politiche interne, non da meno è stata la politica estera. Da una parte, l’Italia guidata da Renzi ha condotto una linea interventista e militarista in medio oriente, dall’altra, insieme ai suoi alleati, ha trattato i “frutti” di questa guerra erigendo muri e rianimando frontiere.

Noi scegliamo di opporci a questo modello. Non accettiamo che Renzi venga ad elogiare i risultati di una ricerca che, in Italia, da un lato sta gradualmente scomparendo, come provato dai 1400 licenziamenti previsti al CNR, e dall’altro lato, quando sopravvive, viene dirottata verso aree funzionali agli interessi economici e politici. Non accettiamo che la Giannini paventi l’eccellenza dell’Università italiana mentre parallelamente le tasse universitarie aumentano e la qualità della didattica subisce un ulteriore deterioramento.

Non ci basta contestare Renzi, e con lui la Giannini, in quanto membri di un governo non eletto bensì nominato. Ogni mandato governativo e ogni tornata elettorale hanno dimostrato quanto sia pericoloso, oltre che inutile, delegare la propria rappresentanza a gruppi di affaristi che perseguono il proprio interesse. Noi scegliamo di contestare Renzi e la Giannini in quanto simboli di un potere che come tale delibera in modo autoritario sui territori e sulle comunità, perseguendo l’interesse delle lobby. Non possiamo delegare a nessuno la rappresentanza dei nostri interessi così come non possiamo accettare altro che un’organizzazione e un modello decisionale che parta dal basso e che sia partecipativo e orizzontale, rifiutando nettamente ogni gerarchia e ogni autoritarismo.

Oggi scendiamo in piazza per mostrare la nostra opposizione e continueremo a lottare consapevoli di non voler né poter delegare a nessuno la nostra libertà.

Assemblea dell’Aula R

Ma quanto ci costa un panino?

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Il McMondo è divertente, colorato, fatto di panini invitanti, attrazioni per bambini e ora è anche sostenibile! Ma guardando dietro questa maschera, ciò che sembrava invitante s’è fatto nauseante. Il vero volto di McDonald’s è quello dello sfruttamento e della sofferenza, icona del giogo delle multinazionali sul pianeta e sugli esseri viventi che lo popolano.
Con il tempo le contraddizioni del Mc sono venute a galla e si sono fatte insostenibili, al punto che attraverso un’operazione di greenwashing (operazione di marketing con la quale alcune aziende cercano di creare un’immagine positiva di se stesse presentandosi come rispettose dell’ambiente nonostante non lo siano) hanno cercato di colorare di verde tutto ciò che di marcio c’era e continua ad esserci.
McDonald’s è sinonimo di sfruttamento del pianeta; infatti con le sue attività sta distruggendo la foresta amazzonica per creare spazi su cui costruire allevamenti intensivi di bovini, per produrre carta necessaria ai suoi involucri e per la monocoltura intensiva di soia volta a nutrire gli animali destinati a finire in quei panini. La foresta amazzonica rappresenta il principale polmone verde del pianeta: distruggere la foresta significa distruggere la vita stessa.
McDonald’s è sinonimo di sfruttamento dei popoli le cui risorse vengono distrutte in nome del profitto e il loro habitat sostituito da gabbie contenenti migliaia di animali. Vittime di questo sfruttamento sono anche i lavoratori che conducono esistenze scandite dal cronometro e frustrate da condizioni di lavoro umilianti.
McDonald’s è sinonimo di sfruttamento degli animali costretti a vivere il loro olocausto dentro gli allevamenti intensivi, dove conducono una vita di schiavitù in cui le nascite vengono indotte, la crescita controllata tramite gli ormoni e la morte programmata, in un processo che guarda agli esseri viventi come meri prodotti volti a creare profitto.

Per questi motivi noi crediamo che una scelta etica e sostenibile non possa essere realizzata da una multinazionale come McDonald’s, che in Italia ha deciso di lanciare in occasione di Expo2015 il McVeggie (che contenendo caglio animale non è neanche vegetariano) solo per accapparrarsi quella parte di clientela più sensibile a determinate tematiche. Non si può rifiutare la logica dello sfruttamento continuando ad accettare McDonald’s.

McDonald’s è l’emblema di un modello di sfruttamento della terra e di tutti i suoi abitanti che altro non è che l’essenza stessa del capitalismo!
Se non vuoi essere complice di tutte queste ingiustizie, di tutta questa sofferenza e di tutto questo sfruttamento, BOICOTTA McDONALD’S!

I’M HATIN’ IT!